«Non siate mai neutrali»: Damon Albarn sventola la bandiera palestinese sul palco

Durante il concerto al Kia Center di Orlando, tappa inaugurale del tour nordamericano dei Gorillaz, il frontman Damon Albarn ha compiuto un gesto che ha immediatamente fatto il giro della rete. Il musicista britannico ha preso dalle mani di uno spettatore una bandiera palestinese, l’ha sollevata davanti alla platea e ha lanciato un messaggio perentorio: “Non dimenticatelo mai. Prendete posizione. Non siate mai neutrali”

Il gesto di Albarn non è isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione e polarizzazione all’interno dell’industria discografica globale. Poche settimane fa, il rapper statunitense Macklemore era stato escluso dal tour di Ed Sheeran come artista di supporto proprio a causa delle sue aperte posizioni filopalesitnesi. 

L’episodio ha sollevato un’ondata di solidarietà da parte di diversi colleghi, riaprendo il dibattito sulla libertà di espressione e sulle ripercussioni commerciali per chi rompe il silenzio sulla Striscia di Gaza.

L’evoluzione di Albarn: dalla “neutralità culturale” alla denuncia di genocidio. Per il leader dei Blur e Gorillaz si tratta del culmine di un percorso di radicalizzazione politica. In passato, Albarn aveva difeso una linea più moderata, legata all’idea che la musica dovesse rimanere uno strumento neutrale di dialogo. 

Durante la promozione del progetto Africa Express, aveva persino ipotizzato di suonare sia in Palestina sia in Israele, scontrandosi con la linea del movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), che considera i concerti in territorio israeliano una forma di normalizzazione dell’occupazione.

Questa sua iniziale postura “neutrale” gli era valsa dure critiche da parte di band più radicali e calate nel presente, come i Bob Vylan, che lo avevano accusato di essere un artista “fuori dal tempo” e incapace di vedere quello che definivano “un genocidio in diretta streaming”. 

La risposta di Albarn è arrivata nei mesi successivi: prima con un’intervista a Channel 4 News, in cui ha usato esplicitamente la parola genocidio e ha definito inaccettabile il tentativo di cancellare la presenza storica del popolo palestinese; poi con la partecipazione a Together For Palestine, l’evento benefico organizzato da Brian Eno alla Wembley Arena di Londra.

Il contrasto generazionale: l’attivismo di Albarn e il silenzio di Bob Dylan

Il richiamo di Albarn alla “non-neutralità” solleva una questione di fondo: qual è il dovere di un artista di fronte alla storia? Se oggi figure come Albarn, Brian Eno o Roger Waters scelgono l’esposizione totale, il panorama odierno evidenzia un forte contrasto con i giganti del passato, a partire da Bob Dylan.

Dylan, che negli anni ’60 divenne il simbolo globale della protest song e della denuncia sociale con brani come Blowin’ in the Wind o The Times They Are A-Changin’, ha progressivamente abbandonato il ruolo di portavoce politico, trincerandosi dietro un assoluto riserbo. Di fronte all’attuale crisi in Medio Oriente, il silenzio di Dylan, che in passato ha mantenuto un legame complesso e a tratti controverso con lo Stato d’Israele (si ricorda la sua discussa canzone Neighborhood Bully del 1983), rappresenta l’esatto opposto della linea tracciata da Albarn a Orlando.

Dove la vecchia guardia del cantautorato sembra aver scelto il distacco o la neutralità, una parte della scena musicale contemporanea internazionale rivendica il palco non più solo come spazio d’intrattenimento ma come libera tribuna politica.

Come la pensate? Tutto è politica, dunque giusto che un artista si schieri?