Netanyahu testa Trump. E Trump non regge.
- Rocco D'Antuono
- 2 Giugno 2026
- Politica e Istituzioni
Queste sono le parole che Donald Trump ha rivolto a Benjamin Netanyahu in una telefonata il 2 giugno 2026, secondo quanto riportato da Axios citando funzionari ufficiali americani. Nello stesso scambio Trump gli ha chiesto «Che cazzo stai facendo?» e lo ha definito «completamente pazzo». Poche ore dopo, su Truth Social, ha descritto la stessa chiamata come «molto produttiva».
La contraddizione tra i due registri è la chiave di lettura di tutto ciò che è accaduto nell’ultimo mese.
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna risalire al 4 maggio, quando Trump annuncia su Truth Social il “Project Freedom”: gli Stati Uniti scorteranno navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran risponde il giorno dopo minacciando di trasformare la zona in un cimitero per portaerei americane e definendo le operazioni americane «pirateria globale». Il 17 maggio Trump scrive che per l’Iran «l’orologio sta girando, e farebbero meglio a muoversi in fretta, o non resterà nulla di loro», ma annuncia contestualmente che l’attacco è stato rinviato su richiesta degli stati del Golfo. Il 18 maggio dichiara che i negoziati seri sono in corso. La USS Gerald R. Ford entra nel Mediterraneo dall’Atlantico. La macchina diplomatica americana è in pieno movimento.
È in questo contesto che Israele, il 26 maggio, intensifica i bombardamenti in Libano ed espande le operazioni verso una più ampia zona cuscinetto. L’operazione viene presentata da Tel Aviv come risposta agli attacchi di Hezbollah sul confine settentrionale, ma il tempismo non è casuale: Netanyahu sa che Washington ha bisogno di un accordo con Teheran, e sa che qualsiasi intesa con Teheran passa anche dal dossier Hezbollah. L’escalation in Libano serve a ricordare a Trump che nessun deal con l’Iran regge senza il consenso di Tel Aviv.
Il 31 maggio l’Iran sospende i colloqui indiretti con gli Stati Uniti finché Israele non cessa l’offensiva in Libano. Quello stesso giorno Trump pubblica su Truth Social un resoconto della sua telefonata con Netanyahu: nessuna truppa verso Beirut, accordo con Hezbollah, colloqui con Teheran in corso a ritmo serrato. Due ore dopo Netanyahu lo contraddice pubblicamente su X: le operazioni nel sud del Libano continuano come previsto, Israele colpirà Beirut se Hezbollah non cessa gli attacchi. Posizione invariata.
Non è un malinteso. È una dichiarazione di autonomia.
Trump non è disposto ad assecondare le ambizioni espansionistiche di Israele nel momento in cui rischiano di affondare l’unica partita diplomatica che ha aperto in Medio Oriente. Il problema è che non essere disposto e essere in grado di fermare sono due cose diverse. Netanyahu lo sa. Ed è esattamente per questo che continua a spingere.

